lunedì 18 febbraio 2013

Un giorno di ordinaria magia




Anno 2242, ore 6:30 AM

Bip, bip, bip, bip, bip….

Oddio detesto il suono della sveglia, è così irritante! Allungo un braccio fuori dalle lenzuola e la spengo. A fatica apro gli occhi e vedo la luce del sole filtrare dalle tapparelle, illuminando le vecchie cartine appese alla parete di un mondo ormai lontano. A volte, prima di addormentarmi, fantastico sulla vita della gente nel 2012.

Mi stiracchio un po’, meditando se dormire ancora. In lontananza sento il rumore del mare. Improvvisamente ricordo il motivo per cui ho programmato la sveglia ad un’ora così insolita.
Veloce come una scheggia, salto giù dal letto sfilandomi la t-shirt azzurra che uso come pigiama, lancio gli slip in un angolo e aprendo un cassetto afferro il primo bikini che trovo e mi vesto.
Infilo le cuffie nelle orecchie e seleziono dal lettore mp3 un brano di un vecchissimo gruppo. Gli AC/DC iniziano a cantare Shoot to Thrill. Alzo il volume più che posso ed esco di corsa dalla stanza. La canzone è molto vecchia, ma mi trasmette una carica incredibile.
In cucina trovo mia madre intenta a fare colazione leggendo una rivista, le bacio la guancia e uscendo da casa sbatto il portone. Immagino mamma saltare dallo spavento sulla sedia e rido alla scena.

Scendo le scale a rotta di collo e mi dirigo nel garage, dove trovo il mio mezzo di trasporto preferito: una bicicletta da uomo un po' arrugginita. Afferro sotto braccio la mia M10 Ratboy Pro Model e salgo in sella, diretta verso la spiaggia.
Ho troppa fretta, pedalo come una matta facendo la gimkana tra auto e persone, attenta più a non rovinare la tavola che non ad investire qualcuno. E’ un ricordo di Jeremy, mio fratello maggiore. Amava il mare ed è stato lui a portarmi in acqua la prima volta. Purtroppo è mancato, attaccato da uno squalo mentre faceva ciò che di più amava al mondo. Non amo ricordare quei giorni, il dolore che abbiamo provato io e mamma è sempre troppo vivo e finirei con l' odiare quella parte di natura che ora sento mia. Voglio ricordare Jeremy felice, sulla sua tavola da surf, mentre scivola con grazia infinita onda dopo onda.

Arrivata in spiaggia, appoggio la bicicletta ad un muretto e osservo l’immensa distesa blu che mi aspetta. In questa zona posso godere di uno spot magnifico e oggi, a causa dell’alta marea, le onde sono da favola. Un gruppo di ragazzi è già in acqua, mentre una giovane coppia li sta osservando seduti su un telo colorato.
Avvicinandomi sempre di più alla coppietta mi accorgo che il ragazzo è Tip. Il mio cuore perde un battito. “Oddio quanto sei bello!”, sussurro senza farmi sentire. Poi noto la ragazza vicino a lui. Una tipetta molto carina dai capelli corti sbarazzini, con la frangia che le ricade morbida sugli occhi scuri. “Oddio perché non sono figa come lei?” bofonchio a voce mesta. Sento già di odiarla dal profondo del mio essere, anche senza conoscerla.

Con indifferenza mi avvicino a loro. “Ciao Noomi!”, mi saluta lui alzando la mano chiusa a pungo con il pollice e mignolo alzati. “Ciao Tip!”, rispondo sorridente. Sento già le guancie infiammarsi e tingersi di rosso. Mi chiedo fra me e me come fa Tip a conoscere lo shaka, il saluto di noi surfisti, dato che non l’ha mai praticato, ma sono troppo timida per attaccare bottone. Tuttavia voglio che mi noti e con atteggiamenti lenti e aggraziati inizio a togliermi i vestiti. Lui pare ignorarmi. Ho solo quindici anni e un cespuglio di riccioli crespi al posto dei capelli, non potrò mai essere carina come la tipa seduta al suo fianco. Demoralizzata, afferro la tavola ed entro in acqua.
Sarà perché sono accaldata dalla pedalata o dall’incontro di Tip, ma l’acqua è terribilmente fredda e mi occorre qualche minuto per abituarmi alla temperatura. Quando sono pronta, mi sdraio sulla tavola e inizio a remare verso il mare aperto, fino a quando incontro il gruppo già in acqua.

Sono una decina di persone, alcune le conosco da poco, altre sono vecchie amicizie di Jeremy, fra cui Alex, un ragazzo dai lunghi capelli rasta e i lobi degli orecchi dilatati. Trovo il suo stile orrendo, ma è dolce e ha sempre buoni consigli da offrire. Dopo la morte di mio fratello è stato lui a seguire i miei progressi.
Dopo brevi saluti, mi metto cavalcioni sulla tavola e aspetto. Passo alcune onde ai compagni, in attesa di un’ onda migliore che poi finalmente arriva.

Mi volto verso la riva, remo brevemente e poi balzo in piedi sulla tavola. L’onda si chiude sopra di me e coperta dal suo labbro, scivolo all’interno di questo magico tubo tutto blu. Sento l’adrenalina salire alle stelle e vedo il pontile infondo al tubo. Euforica, allungo una mano e accarezzo le freddi pareti di acqua salata. “Jeremy guarda!”, urlo come se lui fosse li a vedermi. Quando l’onda chiude, ormai sono fuori da essa e con le braccia puntate al cielo mi lascio cadere in acqua trionfante, e mi lascio coccolare dalle urla di incitamento dei ragazzi.



Non importa se il mare con le sue creature dai denti aguzzi si è preso Jeremy, non ho paura. Ogni volta che esco in mare vengo catturata dalla spettacolare sequenza di onde, rese ancora più belle dalle prime luci del sole. L’unico rumore che percepisco è il fragore delle onde che si rompono. Non ho idea dei minuti, le ore che passano veloci, so solo che tutti i pensieri negativi scivolano via, come piccole gocce d' acqua sulla mia pelle. Solo quando sono in acqua, a cavallo della mia tavola, lentamente la sofferenza della sua morte svanisce.

Mamma non vuole che segua la stessa passione di mio fratello, ma non riesce a capire. Solo li riesco ancora a sentire la presenza di Jeremy, sensazione che sulla terre ferma non provo.


mercoledì 15 giugno 2011

Surfing in La Goletta, R U ready?

Dopo qualche ora passata (o forse sprecata, dipende dai punti di vista) a far del sano autolesionismo (aka Wave Watching), il giorno seguente ho finalmente trovato delle onde degne di questo nome..


A proposito, se capitate in libreria, cercate un libro:

Wave Watching 
Una guida illustrata per l' osservatore di onde 
di Gavin Pretor-Pinney 
editore Guanda 

forse riuscirete a trovare le risposte che cercate, soprattutto quando vi immaginate alti come playmobil per poter surfare ugualmente nei giorni di piatta..

lunedì 15 novembre 2010

Alcuni esperimenti con la GoPro

Home Spot, somewhere in Ligurian Riviera 
 12.11.2010
Alcuni scatti di prova, con onde piccole  con la cam rivolta verso il mare e non verso il surfista, per cogliere ciò che si prova giocando con un' onda.. 

Take-off

Una sorta di bottom-turn

Glide on the left..

Qui probabilmente mi ero già tuffato..

Andy se la ride..

giovedì 4 novembre 2010

Alle prime luci dell' alba di un giorno di qualche anno fa..

 - Tamarindo Rivermouth, CR 2005 -

“Il surf a me ha cambiato la vita..
a te cosa ha cambiato?
Forse il look di una stagione..”


Parafrasando una pubblicità vista di recente su mtv..


Più passano gli anni, più passano le onde che si infrangono sulla battigia, mi accorgo sempre più di come questo “sport” sia ormai diventato di moda.
E non perché ormai te lo sbattono in prima pagina per tutto, dalla pubblicità di un dentifricio a quella di un detersivo.
O perché in ogni telefilm o film che tratti di mare, uno sparuto gruppetto di “surfisti” fa la sua apparizione solo per rafforzare di più l’ idea di essere al mare. Poco importa che nell’ inquadratura successiva il mare tanto agognato, quel grande fratello blu, ci appaia come un ‘ enorme distesa azzurra. Senza la benché minima presenza di movimento sulla sua superficie. Come d'altronde si rivela essere per la maggior parte dei giorni dell’ anno.

Solo una smisurata pazienza, anche questa sintomo di quell’ amor profondo che ognuno di noi prova anche solo inconsciamente, unita ad una buona dose di buona fortuna, potrà far incontrare nuovamente quel pittore un po’ naif, armato della sua tavola bianca per pennello, e la sua tela immacolata, quella lunga parete vuota di un’ onda che si srotola libera verso l’ arenile.

Ma da qualche tempo a questa parte non è più così.

La spiaggia, quel luogo sacro attorno al quale sono dipese molte delle mie scelte di vita, è mutata, è cambiata, è definitivamente cambiata. Quella stessa spiaggia, così lontana dalla classica concezione di stabilimento balneare, quella stessa spiaggia che impassibile ha visto camminare sulla riva migliaia di persone diverse, di razza diversa, di religione diversa, non è più così come l’ ho conosciuta.
Purtroppo è stata invasa da orde di barbari invasori. Spinti solo dalla moda imposta dal life-style del momento. Fino a qualche anno fa noi surfisti ci conoscevamo quasi tutti di persona; poi, col passar del tempo, passeggiando tranquillamente sulla spiaggia o per le vie del centro, ci riconoscevamo per il modo di vestire.
Quelle poche volte che rimango in città e mi guardo intorno, scopro che ormai un capo di abbigliamento surf lo si può trovare dove meno lo si aspetta. E’ la legge del mercato: battere il ferro finchè rimane caldo.
Poco importa se quel romanticismo che si aveva giocando col grande fratello blu, lentamente svanisce. Poco importa se ormai in acqua si rischia di farsi male. E questo non perché le condizioni siano proibitive. Piuttosto perché una quantità ormai incontrollabile di surfisti fai-da-te, ignoranti di quelle poche regole non scritte che sono alla base del rispetto reciproco, pretende di remare su ogni onda indiscriminatamente.
Quante volte è capitato di parlare in spiaggia con dei novelli pro-surfer, aver sentito parlare di manovre da nomi altisonanti chiuse quasi sempre, di posti esotici e nascosti ai più, di onde cattive, veloci e potenti surfate in maniera radicale. Salvo poi trovarsi di fronte alla tavola lasciata senza controllo dal Barney di turno, che annaspa in un classico metrino floscio italiano?

Sono anche questi tempi che cambiano?
Dov’è finito il rispetto?
Il rispetto per le persone ancora prima di quello per il mare?

Una mattina troppo presto per quasi tutti sono uscito da solo in mare. Sono stato catturato come non succedeva da tempo dallo spettacolo che si presentava davanti ai miei occhi. Sequenze di onde a tre o quattro. Rese ancora più affascinanti dalle prime luci dell’ alba. Il silenzio della spiaggia rotto solamente dal fragore di un’ onda che rompeva. E quella stanca e lenta barra che avanzava verso riva. Salvo poi innalzarsi sempre più, finchè dalla sommità non cominciava a franare una piccola schiuma bianca. Prima che il lento movimento non cambiasse ritmo e velocità. Risucchiando acqua dal davanti, irripidendo la parete.
Mi sono messo di fianco al picco e tutti i pensieri mi sono scivolati di dosso. Non ho idea di quanto tempo sia passato prima di prendere un’ onda. Ero affascinato, ipnotizzato.

E mi sono chiesto quanto potesse durare ancora questo idillio.

E anche quante persone avessero provato prima di me queste sensazioni.
Sicuramente tante.
Sicuramente non tutte.
Sicuramente il mare rimarrà sempre lì.

Impassibile.

Incurante se sopra di una sua onda ci sia un surfista, un poser o un gabbiano..